Anteprima di Giallo a Milano a Vado (BO)

Vado (BO) – 29 nov 2009 Una domenica pomeriggio animata dai professori Giorgio Mantici, Daniele Cologna e dal regista Sergio Basso, in ricordo dello scomparso Domenico Strangio. Presente anche la viceconsole di Milano He Fengyun.

 

Elisabetta Monti dal 2007 – anno del’inaugurazione dell’archivio librario cinese – rinnova questo appuntamento invernale, con lo scopo di mantenere viva la fiamma che appassionava suo marito in quei incredibili viaggi in Cina e a quella naturale umiltà nel lavorare nell’asian market con Luigi nel negozio del padre, Sun Ming Chuan (scomparso recentemente il 17 settembre 2009).
Antipasto del pomeriggio è la visione in anteprima del film documentario “Giallo a Milano” di Sergio Basso – che ha partecipato al festival di Torino.
Non vi voglio svelare troppi dettagli: la parola “Giallo” può riferirsi sia dispregiativamente ai cinesi – sia al filone delle indagini poliziesche. Milano è la postazione perfetta nel suolo Italiano, vanta la comunità più antica d’Italia (i Cinesi vennero dai Paesi d’oltralpe come Francia ed Inghilterra verso gli anni ’20 del Novecento),  ha ospitato la protesta del 2007 di via Paolo Sarpi e casi di omicidi. Film che intreccia sia vicende pubbliche che storie private. Come al solito i sottotitoli aiutano il pubblico, non rubando la scena alle emozioni e sentimento che trasudano dalla voce dei protagonisti.
Il detto riassume l’essenza della realtà: un giapponese da solo è un vermetto, metti 10 giapponesi insieme e formano drago. Un cinese da solo è un drago, metti 10 cinesi e sono dei vermetti. Angelo Ou nel film, dopo un bel giro nostalgico a Paolo Sarpi finisce con – 18 associazioni cinesi nel 2009. Questa è la vera sconfitta. Dove sta l’unione? Tanti draghetti che sputano fuoco sui connazionali, reti di amicizie, di parentele e colleghi che puntano ad un unico epicentro, il capo-drago di quella associazione. Nessuna mafia ragazzi – è puro egocentrismo umano questo.

E ricordarsi che i Fatti di Paolo Sarpi sono stati evidenziati pure in madrepatria solo per un unico piccolissimo dettaglio, come ci fa notare Cologna: è stata sfoggiata la bandiera cinese, inneggiata, e infine calpestata dalla foga e anche dalla polizia municipale. Scatti, foto, video hanno invaso il web con queste immagini. Si è parlato del gesto, ma non dei fatti, delle problematiche. Nel 2009 ancora non si è attuato nulla di incisivo, complice la crisi economica delle borse mondiali. Ma poco importa, il comitato ViviSarpi non demorde, entra nel documentario e, tra un massaggio a una schiena di un’ottantenne e i piedi della sua vicina di casa – chiedono “Ma voi cinesi non morite mai? Dove andate a fine quando morite? Cosa ci mettete negli involtini di primavera?”. Non mi aspetto che visitino il sito di Associna, l’aggrapparsi a queste paure nasconde un’altra grande paura, comune a tutti noi. Lo dice francamente Sergio Basso: “Un comitato di quartiere a maggioranza di pensionati – è certo che non ha piacere a vedere il posto in cui vive cambiare. Ma questo è assurdo, così non avremmo edifici come quelli dell’EXPO 1992 a Barcellona. Queste persone non accettano il cambiamento perché accettarlo vuol dire che stanno invecchiando.”
Chiaro? Bene, di opinioni ne sono saltate tante. Non vedo l’ora di sentire i diretti interessati. Questo è un documentario che smuove le masse. Daniele Cologna accenna il caso del centinaio di barboni milanesi cinesi, la platea è impreparata a questa realtà dei fatti. La tanto millantata solidarietà della comunità cinese ci ritorna come un cristallo luccicante, fragile, falso ed effimero. Un altro luogo comune da sfatare, e ci ritornano in mente quelle 18 associazioni cinesi a Milano…

E’ brutto stare fermi immobili. Per fortuna i giovani sono da sempre la speranza – basta guardare la crescente affluenza di cervelli alla Bocconi e Luiss di Milano e Roma – per non citare le altre Università italiane. E Associna? Nell’ultimo anno ha avuto la fortuna di interagire con altri giovani cinesi. Francesco Saverio Wu, Fausto Huang, Hu Fangmei , Hu Qilin e Lin Jie non hanno paura di comparire davanti alla telecamere per una giusta causa, ci credono che possono fare la differenza in queste sfide “contro i pregiudizi” e “le facili etichettature”. Altri hanno timore, oppure inventano scuse su scuse, un vizio italiano imparato a scuola. Ma che vi posso dire, io ho quasi 22 anni, eppure penso già di fare la differenza nel mio piccolo, non c’è nulla da perdere, basta solo lamentarsi. Pensate solo se altri 10 miei coetanei come me prendessero il coraggio di migliorare e superare tutti questi difetti della comunità cinese in Italia.

In me aleggia un senso di vergogna, di inferiorità nella società che conta: storicamente i finanziamenti del Governo Cinese preferiscono indirizzarsi verso le diaspore di Inghilterra, Francia, Canada, America, Olanda e Germania, giustamente motivati per la tradizione economica solida. E forse la Spagna potrebbe scalciarci anche gli ultimi posti – anche se l’ultima crisi finanziaria del 2010 ha rimescolato le carte nella zona Euro. Come mai non investono in Italia? Mancanza di solidità economica e sociale. Economicamente solo la Giupel è una testa che vota ai congressi di Confindustria. Ai fatti tutti gli altri Paperoni cinesi più ricchi di lui si vantano ad ogni ritorno in Cina, sapendo di non contare granchè sulla scena nazionale italiana. Secondo punto, l’Italia non dà peso politico alle comunità staniere, quindi neanche a quella cinese.
Sono sicuro che è durissimo ed impossibile cambiare gli atteggiamenti dei nostri genitori con le loro associazioni. L’unica possibilità siamo noi stessi: però vedo altri giovani cinesi che fondano altre associazioni per il gusto di essere “Mr President”, chi fa concorsi di bellezza o radunate di Texas Poker, altri che si buttano a capofitto nel lavoro tra viaggi, cene, meeting tra Italia e Cina. Che valore culturale daremo in eredità ai nostri fratellini o nipotini, quelli nati negli anni ’90 in poi, i prossimi giovani adulti italocinesi?

Esserci in Associna – fa la differenza. Dimostrare ai giornalisti che c’è il cinese che parla milanese, come afferma Basso, può sconvolgere le menti chiuse di flotte di pensionati. Ci vuole poco per suscitarte scalpore positivo. Con uno scoop così, è possibile cavalcare l’onda di un mini-successo: valorizzare chi ha abilità nel giornalismo e diventare l’esperto della comunità, l’altro che fa la cronaca sportiva come Yoon C. Joyce , l’attore bergamasco di origine coreana al Gene Gnok Calcio Show, l’altro che diventa il legale più richiesto d’Italia. Non è un palcoscenico virtuale, questa è la realtà. Esserci ed essere visibile dà dei buoni esempi ai ragazzi che studiano per il domani, ti dà quella adrenalina per riscattarti e farti sognare, come diventar chef del Gambero Rosso o il prossimo giocatore della nazionale di calcio Italiana.
La Bocconi o la Luiss ti permette di fare amicizie col mondo che conta, dell’alta imprenditoria. Per i Cinesi è più noto col termine 面子 mianzi, farsi una faccia, una reputazione. Ma se già i giovani italiani si scannano per i posti da dirigenti che gli over60 si tengono stretti attaccati alle loro poltrone – penso che rimarranno solo le briciole agli italocinesi. E’ inutile sventolare la propria laurea come una bandiera, se girato l’angolo appena esci fuori dal tuo ufficio ti gridano “muso giallo” senza amor e rispetto. Penso che Marco Wong ne sia la testimonianza vivente di quanti sassolini si è dovuto togliere, che bisogna tener viva la fiamma della speranza contro ogni avversità. La carta in più da sfruttare è il bilinguismo, oltre alla nostra duttilità nel lavoro e il nostro background – capire due e più culture. “吃苦 Chi ku”, mangiare amaro, è questo che ci rende differenti: abbiamo avuto infanzie difficili, a differenza dei nostri compagni italiani, sappiamo cosa vuol dire emergere dalla povertà.

E’ una fortuna sapere che la memoria scritta ed orale del dopo guerra non è andata perduta, riemergono fatti struggenti dal passato sia italiano che cinese grazie ai libri e soprattutto ai film, non è il caso di ripetere così ignobili disumanità nel 2010. Siamo una generazione ancora piuttosto sana e in forte crescita, ma sta facilmente barattando i valori etici con il lusso della borse e dei vestiti d’alta moda: alcuni dei nostri genitori ci educano allo spendere, altri allo studio, ma nessuno ci dice esplicitamente di essere felici o di seguire i nostri sogni. Gli unici possibili migliori maestri di vita siamo noi, i nostri amici, il nostro fratello o sorella maggiore che più di tutti sa cosa vuol dire faticare per inseguire la serenità. Datevi una svegliata ragazzi, tra vent’anni forse sarà troppo tardi, se Sergio ha dovuto fare un film del genere vuol dire che ci sono problemi di comunicazione inter-generazionale e interculturale.  Non si diventa italiani da un momento all’altro, ma ci vuole un attimo per non sentirsi più a casa propria.

Sun Wen-Long

 

I video dell’evento: 1 | 2 | 3 | 4 | 5

 

Posted by on 13 marzo 2010. Filed under Approfondimenti, Associna. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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