Lin Jie: cuore italiano tanto quanto cinese

Ogni persona ha i suoi anniversari importanti, il 21 novembre per me è un anniversario importante perché il 21 novembre 1994 avevo messo piede per la prima volta in Italia.
Ricordo quel viaggio con lo zaino più pesante di me, dovetti correre in uno dei due scali perché avevo solo 15 minuti di tempo a causa di un ritardo. Viaggio in auto tra le strade di Milano illuminate dalle luci di Natale, viali trafficate e vie deserte sono i miei primi bellissimi istanti in Italia. Tutto era nuovo per me: il cibo, la casa, la scuola, le facce, il colore dei capelli e degli occhi. Mi divertivo quando le maestre cercavano di insegnarmi la “R”, facendomi vedere la lingua tremante per minuti. Tuttavia avevo nostalgia della Cina, degli amici, dei compagni di scuola, della nonna, dell’alzabandiera che si faceva ogni mattina, dell’inno nazionale che alle prime note imprimeva energia, della campagna vicino a casa.
In pochi mesi ho cominciato a capire la lingua grazie ai miei compagni di classe che cercavano in ogni modo di insegnarmi dei vocaboli. Comprendere la lingua significava anche sentire parole come “cinesino”, “vucompra”, o domande del tipo “perché sei venuto a rubarci il lavoro?”. Mi sentivo male perché non ho scelto io di venire in questo posto, mi ci hanno portato.
Non so quando ho cominciato a ragionare in italiano, forse perché avevo solo amici italiani. Pian piano mi sono abituato all’ambiente, sapevo che c’erano ragazzi amichevoli e altri con cui non avrei potuto instaurare nessun rapporto. Avevo tanta nostalgia della Cina perché ritenevo che l’Italia fosse terra altrui, pensavo che non mi volessero, pensavo che la mia casa mia fosse in Cina.
Dopo 8 anni ritornai in Cina. La notte prima di partire non riuscii a dormire, rimasi sveglio per tutto il viaggio per quanto ero eccitato. Quando arrivai nella mia città natale rimasi stupito dal fatto che, al contrario delle altre metropoli cinesi, nulla era cambiato: la casa della mia prima infanzia, le strade dove correvo da piccolo, la scuola dove andavo tutti i giorni. Tuttavia mi accorsi che intorno a me non avevo nessun viso familiare. Mio zio mi chiedeva se ricordavo ancora i miei compagni delle elementari, ma non riuscivo a nominarne nemmeno uno. Avevo tanta voglia di un caffè espresso. Quelle due settimane in Cina le passai quasi sempre a casa.
Il tempo passava, gli anni trascorrevano, e cominciai a chiedermi:

  • dov’è la mia casa?
  • cos’è l’integrazione?
  • sono veramente una “banana”?

Nel 2007 rinnovai il mio permesso di soggiorno per “ motivi di studio” e mi chiesi: “ non è un tipo di soggiorno concesso agli studenti internazionali che vengono in Italia per motivi di studio reali?
Io non ero come loro, vivevo e vivo con tutta la mia famiglia qui da 13 anni.
E se finivo l’università, rischiavo seriamente di non poter rinnovare il permesso e sarei dovuto rientrare nelle quote d’ingresso per rimanere.
Mi ero accorto che il mio diritto di stare nel Paese in cui ho quasi tutti i parenti, gli amici, la casa, dove ho passato la maggior parte della mia vita, era ed è purtroppo una concessione temporanea dello Stato Italiano.
Da lì cominciai a pensare di chiedere la cittadinanza italiana, nonostante la scelta difficile di dover rinunciare a quella cinese. Non è solo una dicitura sui documenti ma è il segno tangibile che io appartengo a questo Stato. Dopo mesi di riflessioni, ero arrivato ad una conclusione: ho passato la maggior parte della mia vita in Italia, qui ho la mia famiglia, i miei parenti e i miei amici, ho fatto le scuole italiane dalla terza elementare, ho abitudini italiane, quindi la mia casa è qui. Io non posso definirmi completamente cinese o italiano, perché dentro di me c’è un intreccio infinito di bianco e giallo; l’integrazione non vuol dire la completa assimilazione ma la familiarità con la società in cui si vive e nella quale si vuole partecipare alla vita politica e sociale; non mi andava che il mio diritto a rimanere nel posto in cui vivo fosse una concessione temporanea discrezionale soggetta a rinnovo. Cosi, con non pochi tentennamenti, presentai la domanda per richiedere la cittadinanza italiana.
Passarono altri cinque anni, ma finalmente arrivò il decreto di conferimento della cittadinanza. Dal momento in cui ho presentato la domanda mi sono sempre chiesto semmai sarei riuscito a identificarmi come italiano senza alcun indugio. Ogni dubbio mi svanì nell’ufficio del sindaco quando ho pronunciato queste parole: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”.
Avevo trovato la mia risposta: “il mio cuore è italiano tanto quanto cinese”.

Jie Lin, Associna

 Versione in cinese 中文 su Associna CN

Posted by on 24 novembre 2013. Filed under Prima Pagina, Racconti. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

One Response to Lin Jie: cuore italiano tanto quanto cinese

  1. nessuno ha commentato l’articolo..forse perche’ non l’ha scritto una ragazza..
    Io ho trovato invece il racconto toccante, sopratutto la parte del ritorno in Cina con abitudini ormai irrimediabilmente italiane (dov’e’ il caffe’?).. Felice che sia diventato cittadino italiano.

    ps. in cina si trova anche un buon espresso, perfino meglio che in alcuni bar italiani e sicuramente migliore di quelli che si trovano nel resto d’europa, ci vuole solo culo e pazienza di trovare il 咖啡馆 giusto.

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