Traffico delle donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute - Diritti dell'immigrato & Osservatorio - Associna Forum

Autore Topic: Traffico delle donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute  (Letto 6072 volte)

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http://www.asianews.it/notizie-it/Fuggono-dalla-Nordcorea-per-essere-vendute-in-Cina-come-spose-o-prostitute-17627.html
Tokyo (AsiaNews) – Un fiorente traffico di donne, da usare come mogli o come prostitute, sta crescendo al confine fra la Corea del Nord e la Cina. Il commercio va intensificandosi a causa della cronica povertà e fame della popolazione dominata da Kim Jong-il.
 
Secondo i dati delle autorità cinesi nel 2009 sono entrati in Cina fuggendo dalla Corea del nord circa 25 – 30 mila nord-coreani. Del 40% che rimangono la maggioranza sono donne. Da un’ inchiesta condotta dal giapponese Daisuke Nishimura, giornalista dell’Asahi, le loro condizioni sono spesso umilianti.
 
Sposa per fame
 
Nell’aprile dell’anno scorso il governo di Pyongyang ha indetto una campagna di lavoro agricolo di 150 giorni. Una contadina di circa 30 anni, sola e indebolita dalla denutrizione, ha lavorato senza riposo il suo terreno improduttivo, nel terrore di essere rimproverata dai leaders del villaggio nei raduni di fine-settimana. L’ordine era di lavorare al massimo per aumentare la produttività.
 
All’inizio di luglio, ormai al limite delle forze, ha incontrato al mercato una donna straniera sui quarant’anni che le ha detto: “La Cina è meravigliosa. Là potrai sposare un uomo carino”. Quella donna era un’intermediaria (broker) di traffico umano che di recente è diventato un’industria fiorente a causa dell’aumento di nord-coreani che riparano in Cina per sfuggire la cronica penuria di cibo e le agitazioni del paese.
 
Una settimana dopo l’incontro, la donna, attraversando le montagne di notte, ha raggiunto il fiume Tumen, linea di. confine tra le due nazioni,  l’ha attraversato a nuoto tremando non tanto per il freddo, ma per il terrore di essere vista dalle guardie nord-coreane. Al di là del fiume l’attendevano altri brokers che l’hanno venduta come sposa a un contadino etnico-coreano della provincia cinese di Jilin, presso il confine con la Corea del nord, al prezzo di 6 mila yuan (878 dollari Usa).
 
“Mio marito è stato buono con me”, ha detto la profuga all’intervistatore giapponese. “Sono felice, perché posso mangiare ogni giorno quanto voglio”.
La giovane contadina può dirsi fortunata. È sposata, vive come una buona casalinga e aiuta il marito nel lavoro della campagna. Ma l’odissea non si può dire conclusa. “Benché non sia più ossessionata dalla fame”, scrive il giornalista giapponese, “ha sempre paura di essere arrestata dalla polizia cinese. La Cina non riconosce i ‘disertori’ nord-coreani come rifugiati e, se scoperti, li rimanda indietro. Quindi, legalmente significa che essa non può sposare formalmente l’uomo che chiama suo marito.”
 
Dalla miseria nord-coreana alla prostituzione cinese
 
Altre donne non sono così fortunate. Molte fuggitive vengono inviate nel sud della Cina, dove lavorano come prostitute nelle bathhouses.
 
Il confine tra la Cina e la Corea del nord e’ la via preferita per chi tenta la fuga dalla Corea del nord, perche, dati i rapporti di amicizia tra Pechino e Pyongyang, i controlli di polizia, qui, sono piuttosto blandi. Si calcola che, attualmente in Cina, vivono illegalmente da 300 a 400 mila nord-coreani. Tra di loro molte giovani donne, sono oggetto dell’ignobile traffico umano, realizzato da un’organizzazione non vasta, ma ben organizzata. Si tratta di circa 150 broker cinesi etnico-coreani con “cellule” nella Corea del nord. La loro padronanza della lingua conquista facilmente la fiducia delle fuggitive. Dai managers degli hotels e bathhouses del sud vengono le ordinazioni alle quali rispondono i broker con la collusione delle guardie di confine cinesi
 
Una di loro , intervistata, ha detto che ogni anno aiuta da 40 a 50 nord-coreani a passare il confine. Con riluttanza ha anche detto che nel mese di novembre ha visto un gruppo di giovani donne del nord attraversare il fiume. Vestivano abiti cenciosi e tremavano dal freddo. Un broker etnico-coreano le accolte dal lato cinese e ha offerto un semplice piatto di carne che esse hanno subito divorate. Le donne, alcune non ancora ventenni, hanno poi indossato abiti puliti che il broker aveva preparato per esse e sono state trasportate a una bathhouse nella Cina meridionale, dove avrebbero lavorato come prostitute.
 
Un mese prima lo stesso broker aveva chiesto la collaborazione di quella guardia per rispondere alla richiesta di un cliente di mandargli “parecchie donne di età tra i 18 e i 25 anni”. Le giovani donne furono presto reclutate nel Nord.
 
La tratta delle schiave
 
Se i broker nella patria di partenza sono zelanti nel reclutamento delle giovani donne, quelli etnico-coreani che le attendono al confine cinese sono abili nel  procurare loro carte di identità false e farle procedere per la destinazione fissata: il sud del Paese.
 
Secondo fonti di informazione il “cliente” paga il broker che è in Cina da 6 a 7 mila yuan per ogni giovane nord-coreana: di essi 4 mila yuan vanno nelle tasche della guardia (di confine) cinese e mille in quelle della guardia coreana.
 
I brokers, conclude l’analista dell’Asahi, non vedono segni di declino della loro attività commerciale. Uno di loro dice: “Quanto più la Corea delTokyo (AsiaNews) – Un fiorente traffico di donne, da usare come mogli o come prostitute, sta crescendo al confine fra la Corea del Nord e la Cina. Il commercio va intensificandosi a causa della cronica povertà e fame della popolazione dominata da Kim Jong-il.
 
Secondo i dati delle autorità cinesi nel 2009 sono entrati in Cina fuggendo dalla Corea del nord circa 25 – 30 mila nord-coreani. Del 40% che rimangono la maggioranza sono donne. Da un’ inchiesta condotta dal giapponese Daisuke Nishimura, giornalista dell’Asahi, le loro condizioni sono spesso umilianti.
 
Sposa per fame
 
Nell’aprile dell’anno scorso il governo di Pyongyang ha indetto una campagna di lavoro agricolo di 150 giorni. Una contadina di circa 30 anni, sola e indebolita dalla denutrizione, ha lavorato senza riposo il suo terreno improduttivo, nel terrore di essere rimproverata dai leaders del villaggio nei raduni di fine-settimana. L’ordine era di lavorare al massimo per aumentare la produttività.
 
All’inizio di luglio, ormai al limite delle forze, ha incontrato al mercato una donna straniera sui quarant’anni che le ha detto: “La Cina è meravigliosa. Là potrai sposare un uomo carino”. Quella donna era un’intermediaria (broker) di traffico umano che di recente è diventato un’industria fiorente a causa dell’aumento di nord-coreani che riparano in Cina per sfuggire la cronica penuria di cibo e le agitazioni del paese.
 
Una settimana dopo l’incontro, la donna, attraversando le montagne di notte, ha raggiunto il fiume Tumen, linea di. confine tra le due nazioni,  l’ha attraversato a nuoto tremando non tanto per il freddo, ma per il terrore di essere vista dalle guardie nord-coreane. Al di là del fiume l’attendevano altri brokers che l’hanno venduta come sposa a un contadino etnico-coreano della provincia cinese di Jilin, presso il confine con la Corea del nord, al prezzo di 6 mila yuan (878 dollari Usa).
 
“Mio marito è stato buono con me”, ha detto la profuga all’intervistatore giapponese. “Sono felice, perché posso mangiare ogni giorno quanto voglio”.
La giovane contadina può dirsi fortunata. È sposata, vive come una buona casalinga e aiuta il marito nel lavoro della campagna. Ma l’odissea non si può dire conclusa. “Benché non sia più ossessionata dalla fame”, scrive il giornalista giapponese, “ha sempre paura di essere arrestata dalla polizia cinese. La Cina non riconosce i ‘disertori’ nord-coreani come rifugiati e, se scoperti, li rimanda indietro. Quindi, legalmente significa che essa non può sposare formalmente l’uomo che chiama suo marito.”
 
Dalla miseria nord-coreana alla prostituzione cinese
 
Altre donne non sono così fortunate. Molte fuggitive vengono inviate nel sud della Cina, dove lavorano come prostitute nelle bathhouses.
 
Il confine tra la Cina e la Corea del nord e’ la via preferita per chi tenta la fuga dalla Corea del nord, perche, dati i rapporti di amicizia tra Pechino e Pyongyang, i controlli di polizia, qui, sono piuttosto blandi. Si calcola che, attualmente in Cina, vivono illegalmente da 300 a 400 mila nord-coreani. Tra di loro molte giovani donne, sono oggetto dell’ignobile traffico umano, realizzato da un’organizzazione non vasta, ma ben organizzata. Si tratta di circa 150 broker cinesi etnico-coreani con “cellule” nella Corea del nord. La loro padronanza della lingua conquista facilmente la fiducia delle fuggitive. Dai managers degli hotels e bathhouses del sud vengono le ordinazioni alle quali rispondono i broker con la collusione delle guardie di confine cinesi
 
Una di loro , intervistata, ha detto che ogni anno aiuta da 40 a 50 nord-coreani a passare il confine. Con riluttanza ha anche detto che nel mese di novembre ha visto un gruppo di giovani donne del nord attraversare il fiume. Vestivano abiti cenciosi e tremavano dal freddo. Un broker etnico-coreano le accolte dal lato cinese e ha offerto un semplice piatto di carne che esse hanno subito divorate. Le donne, alcune non ancora ventenni, hanno poi indossato abiti puliti che il broker aveva preparato per esse e sono state trasportate a una bathhouse nella Cina meridionale, dove avrebbero lavorato come prostitute.
 
Un mese prima lo stesso broker aveva chiesto la collaborazione di quella guardia per rispondere alla richiesta di un cliente di mandargli “parecchie donne di età tra i 18 e i 25 anni”. Le giovani donne furono presto reclutate nel Nord.
 
La tratta delle schiave
 
Se i broker nella patria di partenza sono zelanti nel reclutamento delle giovani donne, quelli etnico-coreani che le attendono al confine cinese sono abili nel  procurare loro carte di identità false e farle procedere per la destinazione fissata: il sud del Paese.
 
Secondo fonti di informazione il “cliente” paga il broker che è in Cina da 6 a 7 mila yuan per ogni giovane nord-coreana: di essi 4 mila yuan vanno nelle tasche della guardia (di confine) cinese e mille in quelle della guardia coreana.
 
I brokers, conclude l’analista dell’Asahi, non vedono segni di declino della loro attività commerciale. Uno di loro dice: “Quanto più la Corea delTokyo (AsiaNews) – Un fiorente traffico di donne, da usare come mogli o come prostitute, sta crescendo al confine fra la Corea del Nord e la Cina. Il commercio va intensificandosi a causa della cronica povertà e fame della popolazione dominata da Kim Jong-il.
 
Secondo i dati delle autorità cinesi nel 2009 sono entrati in Cina fuggendo dalla Corea del nord circa 25 – 30 mila nord-coreani. Del 40% che rimangono la maggioranza sono donne. Da un’ inchiesta condotta dal giapponese Daisuke Nishimura, giornalista dell’Asahi, le loro condizioni sono spesso umilianti.
 
Sposa per fame
 
Nell’aprile dell’anno scorso il governo di Pyongyang ha indetto una campagna di lavoro agricolo di 150 giorni. Una contadina di circa 30 anni, sola e indebolita dalla denutrizione, ha lavorato senza riposo il suo terreno improduttivo, nel terrore di essere rimproverata dai leaders del villaggio nei raduni di fine-settimana. L’ordine era di lavorare al massimo per aumentare la produttività.
 
All’inizio di luglio, ormai al limite delle forze, ha incontrato al mercato una donna straniera sui quarant’anni che le ha detto: “La Cina è meravigliosa. Là potrai sposare un uomo carino”. Quella donna era un’intermediaria (broker) di traffico umano che di recente è diventato un’industria fiorente a causa dell’aumento di nord-coreani che riparano in Cina per sfuggire la cronica penuria di cibo e le agitazioni del paese.
 
Una settimana dopo l’incontro, la donna, attraversando le montagne di notte, ha raggiunto il fiume Tumen, linea di. confine tra le due nazioni,  l’ha attraversato a nuoto tremando non tanto per il freddo, ma per il terrore di essere vista dalle guardie nord-coreane. Al di là del fiume l’attendevano altri brokers che l’hanno venduta come sposa a un contadino etnico-coreano della provincia cinese di Jilin, presso il confine con la Corea del nord, al prezzo di 6 mila yuan (878 dollari Usa).
 
“Mio marito è stato buono con me”, ha detto la profuga all’intervistatore giapponese. “Sono felice, perché posso mangiare ogni giorno quanto voglio”.
La giovane contadina può dirsi fortunata. È sposata, vive come una buona casalinga e aiuta il marito nel lavoro della campagna. Ma l’odissea non si può dire conclusa. “Benché non sia più ossessionata dalla fame”, scrive il giornalista giapponese, “ha sempre paura di essere arrestata dalla polizia cinese. La Cina non riconosce i ‘disertori’ nord-coreani come rifugiati e, se scoperti, li rimanda indietro. Quindi, legalmente significa che essa non può sposare formalmente l’uomo che chiama suo marito.”
 
Dalla miseria nord-coreana alla prostituzione cinese
 
Altre donne non sono così fortunate. Molte fuggitive vengono inviate nel sud della Cina, dove lavorano come prostitute nelle bathhouses.
 
Il confine tra la Cina e la Corea del nord e’ la via preferita per chi tenta la fuga dalla Corea del nord, perche, dati i rapporti di amicizia tra Pechino e Pyongyang, i controlli di polizia, qui, sono piuttosto blandi. Si calcola che, attualmente in Cina, vivono illegalmente da 300 a 400 mila nord-coreani. Tra di loro molte giovani donne, sono oggetto dell’ignobile traffico umano, realizzato da un’organizzazione non vasta, ma ben organizzata. Si tratta di circa 150 broker cinesi etnico-coreani con “cellule” nella Corea del nord. La loro padronanza della lingua conquista facilmente la fiducia delle fuggitive. Dai managers degli hotels e bathhouses del sud vengono le ordinazioni alle quali rispondono i broker con la collusione delle guardie di confine cinesi
 
Una di loro , intervistata, ha detto che ogni anno aiuta da 40 a 50 nord-coreani a passare il confine. Con riluttanza ha anche detto che nel mese di novembre ha visto un gruppo di giovani donne del nord attraversare il fiume. Vestivano abiti cenciosi e tremavano dal freddo. Un broker etnico-coreano le accolte dal lato cinese e ha offerto un semplice piatto di carne che esse hanno subito divorate. Le donne, alcune non ancora ventenni, hanno poi indossato abiti puliti che il broker aveva preparato per esse e sono state trasportate a una bathhouse nella Cina meridionale, dove avrebbero lavorato come prostitute.
 
Un mese prima lo stesso broker aveva chiesto la collaborazione di quella guardia per rispondere alla richiesta di un cliente di mandargli “parecchie donne di età tra i 18 e i 25 anni”. Le giovani donne furono presto reclutate nel Nord.
 
La tratta delle schiave
 
Se i broker nella patria di partenza sono zelanti nel reclutamento delle giovani donne, quelli etnico-coreani che le attendono al confine cinese sono abili nel  procurare loro carte di identità false e farle procedere per la destinazione fissata: il sud del Paese.
 
Secondo fonti di informazione il “cliente” paga il broker che è in Cina da 6 a 7 mila yuan per ogni giovane nord-coreana: di essi 4 mila yuan vanno nelle tasche della guardia (di confine) cinese e mille in quelle della guardia coreana.
 
I brokers, conclude l’analista dell’Asahi, non vedono segni di declino della loro attività commerciale. Uno di loro dice: “Quanto più la Corea del nord diventa povera e miserabile, tanto più denaro guadagniamo”.
« Ultima modifica: 17 Dicembre, 2012, 00:53:40 am da wen »
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Re:Donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute
« Risposta #1 il: 17 Dicembre, 2012, 00:09:43 am »
http://www.asianews.it/notizie-it/Migliaia-di-donne-e-bambini-vietnamiti-venduti-come-%E2%80%9Cschiavi-del-sesso%E2%80%9D-17850.html


Ho Chi Minh City (AsiaNews) – Bambini venduti con aste su internet al miglior offerente, attraverso siti specializzati che vengono rinnovati almeno “tre o quattro volte al giorno con nuovi arrivi”. Donne che finiscono nella rete della prostituzione, trattate alla stregua di “schiave del sesso” da trafficanti dei Paesi confinanti – Cambogia e Cina – o dirette al mercato europeo, americano e africano. In Vietnam non si ferma la piaga del commercio di vite umane, con numeri che aumentano ogni anno.
 
Un documento del governo, pubblicato di recente, mostra che dal 1998 ai primi mesi del 2010 circa 4500 fra donne e bambini hanno varcato i confini del Vietnam, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Un fenomeno che ha avuto inizio nel 1987, quando il governo di Hanoi ha aperto le frontiere all’economia di mercato, e acuito dai molteplici casi di corruzione che vedono coinvolte autorità locali o persone della “classe media”. E a nulla è servito l’intervento delle organizzazioni non governative ed enti di carità che operano fra Vietnam, Cambogia e Thailandia.
 
Nel 2009 operazioni congiunte del governo vietnamita e cambogiano hanno portato all’arresto di 31 trafficanti, salvando la vita a 70 vittime pronte a varcare il confine verso la Cambogia. Un attivista che lavora nel sociale riferisce che, sempre lo scorso anno, 981 fra donne e bambini sono stati venduti in Cambogia o in Cina. Almeno 781 le persone coinvolte nel traffico di vite umane.
 
Il flusso maggiore si registra al confine fra Cina e Vietnam, dove avviene il 65% circa del volume di traffico totale. Le donne alimentano il mercato della prostituzione, oppure vengono vendute come spose al miglior offerente o sfruttate per lavoro. Un altro 10% si registra lungo i confini fra Vietnam e Cambogia: le donne vengono usate come prostitute, oppure transitano nel Paese prima di raggiungere nazioni europee fra cui Inghilterra, Francia e Germania. Vi è inoltre un 6,3% che attraversa la frontiera vietnamita in direzione Laos, passando attraverso le province di Nghe An, Ha Tinh, Thanh Hoa e Quang Tri.
 
In alcuni casi le vittime del racket vengono portate agli scali di Tan San Nhat e Noi Bai, dove partono alla volta della Malaysia, Hong Kong, Macao, oppure verso nazioni europee, africane e americane. Da quando le autorità di Bangkok hanno impresso un giro di vite sulla prostituzione, soprattutto quella minorile, il Vietnam si è trasformato nella nuova “zona calda” per il turismo sessuale. E come sempre i punti di richiamo sono i bar, le discoteche, le zone turistiche delle città più importanti fra cui Hanoi, Ho Chi Minh City e le province di Da Nag e Hai Phong.
 
P. Martino, membro di una ong che si occupa del sociale, spiega che l’obiettivo “è aiutare i bambini vietnamiti, venduti come ‘schiavi del sesso’ in Cambogia”. I minori sono venduti “a centinaia” anche su internet, su siti che li definiscono “nuovi prodotti” e rinnovati almeno “tre o quattro volte al giorno”. Il mercato del sesso, conclude, è “una nuova forma di schiavitù caratteristica del 21mo secolo”. 
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Re:Donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute
« Risposta #2 il: 17 Dicembre, 2012, 00:13:34 am »
http://terresottovento.altervista.org/?p=2105
Secondo un gruppo di militanti birmani, trafficanti senza scrupoli, il declino e la militarizzazione della Birmania unitamente ad una carenza di donne causata dalla politica demografica di «un figlio solo», hanno contribuito al traffico di donne dalla regione birmana di Palaung verso la Cina.
«Abbiamo documentato sin dal 2007 72 casi di traffico sospetto e reale che coinvolgevano 110 persone» dice Lway Moe Kam dell’Organizzazione delle Donne di Palaung (PWO), tra i quali figurano anche 11 bambini sotto i dieci anni. Un quarto delle donne vendute erano state costrette a sposare uomini cinesi, mentre un’altra parte era stata costretta a prostituirsi. Secondo il gruppo PWO, nove delle dieci vittime del traffico non la fanno franca.
Secondo un racconto particolarmente agghiaciante di una delle vittime, lei era stata portata in una costruzione a Shandong, nella Cina Orientale, dove delle persone erano tenute per tenere in vita le sanguisughe, usate come medicina cinese. «Ho visto alcune persone in quella stanza in pozze di acqua. Erano tutte grasse, ma sembravano privi di vita e non si muovevano. Poi notai che avevano delle sanguisughe a succhiar loro il sangue»
Il gruppo PWO ammette che il numero delle vittime del traffico sarà più alto di quanto scoperto finora, in quanto, a causa dei vincoli culturali locali, delle sfide logistiche e di sicurezza che affrontano i ricercatori che lavorano nell’area, i numeri reali sono difficili da determinare. Nella maggioranza dei casi rimaneva poco chiara la vera situazione in cui la vittima era stata venduta.
«I trafficanti lavorano in segreto, e la presenza dell’esercito implica che dobbiamo essere più attenti nel fare la ricerca e nel parlare con le persone.» sostiene un altro militante del PWO. Inoltre la cultura di Paluang è molto critica nei confronti della sessualità prematrimoniale, rendendo anche più difficile alle donne, che hanno subito violenze sessuali o crimini sessuali, «di ammettere che sono state vittima del traffico» dice Lway Moe Kah, l’autrice del rapporto del PWO «Vite rubate».
Una scoperta sorprendente è che la maggioranza delle persone implicate nel traffico erano donne, un fattore che l’autrice del libro attribuisce alla maggiore fiducia posta nelle donne dalle vittime eventuali del traffico: «Se il lavoro è svolto da una donna, ha un migliore aspetto». Ma un esule birmano in esilio invita alla cautela su questo, in quanto quelle donne potevano esse stesse essere state costrette da altri trafficanti, probabilmente uomini, che dominano il commercio umano.
L’indagine era centrata sulle cittadine di Namkahn, Manhsan e Mantong nella regione Palaung dello stato Shan che si situa sulla frontiera con la Cina. Non esistendo un censimento recente, si pensa che la popolazione della regione si aggiri attorno al milione di persone, la maggioranza della quale abitano le montagne di una zona ricca in oro, argento, zinco e d alluminio.
La politica demografica cinese ha contribuito ad una relativa scarsezza di donne nella nazione, mentre la Scuola Cinese di Scienze Sociali ha di recente pronosticato che per il 2020 ventiquattro milioni di cinesi non potranno trovare moglie. Mentre le leggi non sono applicate così decisamente nelle aree rurali, come quelle sulla frontiera birmana, come lo sono nelle parti orientali della Cina, esse contribuiscono ad un crescente sbilancio di genere con aborti come selezione di sesso estrememante comuni, secondo la Scuola Cinese di Studi Sociali.
Avendo ristretto, per legge, le famiglie ad uno o forse due bambini si è esacerbata una preferenza culturale per i figli maschi che è risultata in 119 ragazzi per 100 ragazze, disparità che diventa 130 a 100 per le aree rurali.
Secondo il governo americano nel suo rapporto sulle tendenze del traffico di persone, il governo birmano è ala lavoro per combattere alcuni aspetti del traffico, quali quello sessuale internazionale. Attraverso la sua legge del 2005 contro il traffico delle persone, la Birmania proibisce il traffico del sesso e dei lavoratori e mette sullo stesso piano i trafficanti e gli stupratori. Comunque secondo il rapporto, la situazione del traffico interno della Birmania è peggiorata sia mediante l’uso di soldati bambini che per il lavoro forzato per l’esercito, abusi molto diffusi nelle comunità a minoranza etnica.
La legge del 2005 non è applicata scondo i ricercatori delle regioni di Palaung e Kachin, e la politica birmana nelle altre aree contribuisce direttamente o indirettamente al traffico delle donne e dei bambini, mediante il conflitto e le condizioni economiche che costringono la gente ad emigrare e che li rendono vulnerabili alle bande di trafficanti e di criminali.
All’interno delle Birmania, la regione di Palaung è forse meglio conosciuta per la sua produzione del tè che negli anni recenti era requisita dall’esercito, fattore che per PWO ha contribuito al problema del traffico umano della regione. Infatti il monopolio da parte dell’esercito dell’industria dek tè costringe «la gente del posto a vendere i loro tè alle aziende dei militari a prezzi molto bassi». Il conseguente calo delle entrate contribuisce alla emigrazione sia all’interno dello stato Shan che attraverso la frontiera della Cina, rendendo le donne vulnerabili al traffico umano.
Un simile scenario è stato descritto per lo stato Kachin, ora disatrato dal conflitto, da Khaung Seng Pan dell’Associazione delle donne del Kachin (KWAT) che sostiene che «una mancanza di lavoro e la presenza dell’esercito ha spinto le persone ad andarsene». La sua organizzazione è a conoscenza di 130 casi di persone trafficate, donne e bambini, verso la Cina dallo stato Kachin in Birmania nel 2010.
Lo stato del Kachin si trova a nord della regione Palaung e condivide una frontiera con la Cina. Dal 9 di giugno l’armata indipendente del Kachin e l’esercito birmano stanno facendosi guerra, dopo che la KIA ha accusato il governo Birmano di aver rotto un accordo di cessate il fuoco di lunga data e di aver occupato varie aree ritenute dal KIA. Al contempo il governo birmano chiede al KIA, e a tutte le armate etniche, di far parte della guardia di frontiera della nazione, proposta che non è stata accettata da quasi tutte le milizie.
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Re:Donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute
« Risposta #3 il: 17 Dicembre, 2012, 00:16:38 am »
http://firmiamo.it/cisto
C¡ STO! - Campagna Stop al Traffico Organizzato di donne tra vietnam e cina Il traffico di donne è uno dei problemi più seri presenti sulla scena mondiale al giorno d'oggi. Tutti i paesi ne sono in qualche modo coinvolti: i più poveri come terra d'origine delle vittime, i più ricchi come prigione nel quale esse servono la loro schiavitù. Le stime annue sul traffico di esseri umani sono enormi ed in costante crescita, tra 700.000 e 2.000.000 di persone trafficate ogni anno, con un giro d?affari ad esso collegato secondo solo a quello di armi e droga. Spesso questo racket sfrutta ed inganna le fasce deboli della popolazione, le persone più povere che sperano di trovar miglior fortuna altrove; donne che vogliono sfuggire a contesti familiari o sociali troppo violenti e che si fanno ingannare con falsi annunci di lavoro o con matrimoni combinati oltre confine. Il tutto sempre tramite coercizione e sfruttamento. Nel Vietnam del Nord, la rotta principale del traffico è verso la Cina e la richiesta (soprattutto di donne e bambini) è in drammatico e crescente aumento data la politica del figlio unico cinese che, accompagnata ad una forte tradizione patriarcale predilige i figli maschi. Il risultato è che, attualmente, vi sono milioni di uomini in più rispetto alle donne. Tutti i paesi confinanti, ma specialmente il Vietnam sono quindi coinvolti nel rapimento di donne che vengono trafficate verso la Cina. L'Unione delle donne del Vietnam, supportata anche da GTV ? Gruppo Trentino di Volontariato è impegnata in questo settore con un approccio multisettoriale. Gli interventi vanno dalla prevenzione, alla sensibilizzazione per la popolazione e le autorità coinvolte, fino alla reintegrazione di chi, dopo essere stata vittima, riesce a rientrare nella propria comunità d'origine. La campagna C¡ STO! nasce proprio con lo spirito di far luce su questa tragedia che milioni di donne vivono ogni giorno. La Campagna si propone inoltre di sensibilizzare ed informare la popolazione italiana su un tema così delicato. Vogliamo, attraverso le adesioni a C¡ STO! far sapere all'Unione delle Donne che la popolazione italiana Ci STA! Ci sta nel denunciare questo terribile fenomeno e ci sta nel supportare le attività per combatterlo! Non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questo tipo di realtà, la schiavitù è stata abolita quasi due secoli fa, eppure questo fenomeno non fa che trasporne, in chiave moderna, le stesse peculiarità. E tu C¡ STAI a dire Stop al Traffico Organizzato di donne tra vietnam e cina? Io C¡ STO!
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Re:Traffico delle donne straniere vendute in Cina come spose o prostitute
« Risposta #6 il: 17 Dicembre, 2012, 17:31:32 pm »
la mancanza di donne in cina è in effetti un problema, ma è questa la soluzione?